E' disponibile in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme digitali “Le stesse parole”, il nuovo singolo di deric., estratto dal suo primo album in uscita nei prossimi mesi.
Scritto inizialmente per chitarra e voce, “Le stesse parole” è il primo brano nato all’interno del nuovo progetto discografico e si sviluppa come una riflessione lucida e personale sul peso e sul potere del linguaggio. Le liriche mettono a fuoco quanto le parole possano costruire immaginari, aprire possibilità e generare sogni, ma allo stesso tempo destabilizzare, fino a togliere punti di riferimento e certezze. «È stato il primo brano che ho scritto per questo disco, quasi un punto di partenza emotivo e narrativo. “Le stesse parole” nasce dall’esigenza - racconta deric - di interrogarmi sul valore della comunicazione: le parole possono avvicinare, creare mondi, ma anche ferire o farci perdere l’equilibrio. Mi interessava restituire questa ambivalenza, questo confine sottile tra costruzione e caduta».
Dal punto di vista sonoro, il brano si muove su coordinate pop essenziali, mantenendo un’impronta intima e diretta: una sezione ritmica minimale composta da cajon e shaker sostiene l’andamento, mentre basso e chitarre costruiscono un tessuto sonoro dinamico. A emergere è soprattutto il riff ascendente della seconda chitarra, elemento distintivo che accompagna e rafforza l’apertura del ritornello.
Il brano è firmato interamente da Federico Bonanno, autore di musica e parole, e prende forma attraverso l’arrangiamento curato da Marco Nascia, che contribuisce anche con la seconda chitarra, elemento centrale nel disegno sonoro del pezzo. La regia del suono è affidata a Luca Rinaudo, che ne definisce l’equilibrio e la resa finale.
deric. è il progetto musicale di Federico Bonanno, autore, chitarrista e cantante nato a Palermo nel 1993. Attivo dal 2020, nasce dall’esigenza di intraprendere un percorso solista dopo un’esperienza in band, sviluppando uno stile alt-rock personale e introspettivo, caratterizzato da una forte attenzione alla ricerca sonora. Il progetto si muove tra scrittura rock e sperimentazione elettronica, evolvendosi fino a prendere forma come band nel 2025. Attualmente Federico ha concluso il lavoro sul suo primo album, in uscita nei prossimi mesi.
In “Le stesse parole” il linguaggio sembra avere quasi un corpo, una presenza concreta: quando scrivi, parti più dal suono delle parole o dal loro significato?
“Di solito le due cose nascono insieme, ma spesso è il suono a guidare la direzione iniziale. Ci sono parole che ti attraggono prima ancora di capirne fino in fondo il peso semantico, e poi il significato arriva dopo, quasi a giustificare quella scelta sonora. In questo brano credo sia stato molto evidente questo equilibrio: il linguaggio non è solo contenuto, ma anche materia.”
Hai parlato di un confine sottile tra costruzione e caduta: pensi che oggi questo equilibrio sia più fragile rispetto al passato?
“Sì, ho la sensazione che sia più fragile, soprattutto perché siamo esposti a un continuo sovraccarico di stimoli e di interpretazioni. Questo rende più difficile mantenere una linea stabile tra ciò che si costruisce e ciò che può crollare. Ma forse è proprio in questa fragilità che oggi si riconoscono certe emozioni in modo più diretto.”
Essendo il primo brano nato per il disco, rappresenta anche una chiave di lettura per gli altri pezzi o è un episodio a sé?
“È entrambe le cose. Da un lato ha aperto una direzione, quindi in qualche modo contiene già dei semi che poi si ritrovano nel disco. Dall’altro però non è un pezzo ‘spiegazione’, non vuole sintetizzare gli altri: resta un episodio autonomo, con una sua identità precisa.”
Nel tuo modo di scrivere, quanto spazio lasci all’istinto e quanto invece al lavoro di revisione e limatura del testo?
“La prima fase è quasi sempre istintiva, molto rapida. Poi però arriva una seconda fase in cui cerco di togliere più che aggiungere, di capire cosa è necessario e cosa invece è ridondante. Direi che l’istinto accende il brano, ma la revisione gli dà forma e direzione.”
Il brano mantiene una dimensione molto intima pur aprendosi a una produzione più strutturata: quanto è importante per te conservare quella “prima urgenza” anche nel risultato finale?
“È fondamentale. Se quella urgenza iniziale si perde del tutto, il brano può diventare anche ben fatto, ma smette di essere necessario. Il lavoro di produzione per me serve proprio a non spegnerla, ma a farla arrivare più chiaramente, senza coprirla.”
Guardando al tuo percorso, cosa senti di aver lasciato indietro rispetto agli inizi e cosa invece è rimasto intatto nel tuo modo di fare musica?
“Ho lasciato indietro una certa idea di immediatezza ingenua, quella in cui tutto sembrava più diretto e meno filtrato. Però è rimasta intatta la necessità di partire sempre da qualcosa di molto sincero, anche quando poi lo si lavora in modo più complesso. Quella è probabilmente la cosa che non è cambiata.”


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