giovedì 6 aprile 2017

"Altre storie": intervista a Livio Bartolo a cura di Antonella Chionna

A cura di ANTONELLA CHIONNA. “Quando suono sento che in qualche profonda parte di me sto cantando. Di base ascolto lo strumento come se fosse una voce; in effetti io canto spesso anche sottovoce e spesso anche senza lo strumento” (Gary Peacock). A conferma della duratura verità di Peacock, c'è "Altre storie" di Livio Bartolo, EP licenziato da Angapp music (2017). Il chitarrista e compositore pugliese stavolta fa tutto da sé, salvo ricoprire, nelle precedenti produzioni discografiche che lo vedono protagonista, il ruolo di leader: nel 2016, sempre per Angapp music, ha pubblicato “Appunti di un viaggio” album formato da un ricco settetto di musicisti nostrani; in coda, altri due album autoprodotti: “Rewind” e “Dall’altra parte del muro” in cui si prediligono, rispettivamente, la formazione solistica e quella d’ensemble o di gruppo.

D. Livio, sei un chitarrista e compositore. Ti senti prima l'uno e poi l'altro, o viceversa?

R. Mi sento, innanzitutto, un eterno studente. Da tanti anni nutro un forte interesse verso la composizione, questo però non vuol dire che non debba fare i conti con la chitarra che resta il mio strumento principale, col quale cerco di trovare una via di espressione personale, costante.

D. Sei molto giovane e “Altre storie” è il quarto lavoro discografico a tuo nome. Lo avevi già in serbo da tempo?

R. No, non era in programma. Un mio amico, Mirko Di Bello, ha uno studio di registrazione in cui si utilizzano delle macchine analogiche; essendo stato incuriosito dal risultato sonoro che avrei potuto ottenere, incidendo da lui, decisi di registrare una piccola sessione acustica (dodici minuti circa) su delle piccole bozze che, in precedenza, avevo elaborato sul mio strumento. Dopo aver ascoltato il risultato, trovai qualcosa: così è nato “Altre storie”.

D. Come sono nate le tue precedenti collaborazioni discografiche?

R. Quasi tutte per caso. La fortuna di un musicista sta nel poter entrare in contatto con una realtà ricca di persone fantastiche, con un proprio carattere e una visione personale della musica.

D. A sentirti suonare, mostri del carattere: un tocco maturo, fermo e calibrato. La sicurezza deriva dal fatto che suoni la tua musica, le tue composizioni, o nasce da qualcos'altro?

R. Probabilmente quando suono una mia composizione, so già, dove voglio arrivare, ho in testa il suono. Questo rende tutto più facile. Cerco sempre di dare una direzione precisa alle cose che faccio e se questo arriva al pubblico, mi fa piacere perché significa che sto lavorando nella giusta direzione.

D. A parte il suono, anche la scrittura della musica è molto personale. Chi ti ha stimolato in tal senso?

R. Credo che sia, davvero, una domanda difficile. Difficile, perché sarebbe riduttivo indicarti quale artista mi ha stimolato di più. Ce ne sono centinaia. Posso però citare: Pat Metheny, Charlie Haden, James Horner, Olafur Arnalds e il grande Ennio Morricone.

D. Chi o cosa ti ha spinto verso il jazz?

R. Il mio amore per il jazz è nato casualmente. Mio padre è appassionato del sassofono, da sempre, anche se non ha seguito la strada della musica. Portava a casa i dischi di Charlie Parker, Sonny Stitt, Zoot Sims, John Coltrane. Inizialmente non ero attratto da quei suoni, tranne qualche disco di Wes Montgomery (uno dei miei idoli). Poi andai a sentire un concerto di Mike Stern, a Maruggio in provincia di Taranto, dove rimasi folgorato: così, ho deciso di approfondire quel mondo particolare.

D. Ritornando al tuo album, perché "Altre Storie"? 

R. Considero i pezzi dei miei album come delle storie, degli appunti del mio viaggio interiore. Ogni pezzo è una storia che, in qualche modo, parla di me: di quello che vedo e di quello che sento. Questo mio ultimo capitolo è composto da altre storie, quasi a voler proseguire un discorso che, spero, sintetizzerà la sua summa tra un po’ tempo.

D. Come hai selezionato le tue composizioni?

R. Le ho selezionate secondo un gusto personale, emotivo.

D. Sei cresciuto con la predisposizione musicale o c’è qualche avvenimento che ti ha condotto verso questa strada?

R. Mia madre ascoltava musica new age mentre ero in grembo. Sicuramente, quei suoni saranno rimasti nella mia memoria. Ho sempre amato la musica; da piccolo amavo la dance anni ’90! Ho iniziato a studiare chitarra intorno ai dodici anni: quando vidi Marty McFly, interpretato da Michael J.Fox, suonare Johnny B. Goode di Chuck Berry nel film “Ritorno al futuro”. Quel riff storico di chitarra credo abbia fatto venire la voglia di imbracciare lo strumento, a molti!

D. Musicalmente parlando, c'è qualcuno in particolare che ti ha lasciato un segno indelebile?

R. Pat Metheny. E non parlo di linguaggio chitarristico, bensì di visione musicale e approccio compositivo. Ho consumato i suoi dischi, compulsivamente, per tutta l’adolescenza. E’ stato come un guru che mi ha stimolato, tacitamente, negli anni.

D. Hai compiuto studi accademici e non: quali differenze hai riscontrato tra gli uni e gli altri?

R. Credo che ogni percorso sia valido se intrapreso seriamente. Ho sempre pensato, poi, che dipende molto dal proprio carattere e dalle proprie motivazioni. Ho studiato al CEMM di Bussero (MI) per due anni e ho guadagnato molte informazioni inerenti al mio percorso di studi iscrivendomi al Conservatorio di Monopoli “Nino Rota”, dove ancora studio. Non riscontro enormi differenze a livello musicale, la differenza sta solo in come vivi l’esperienza a livello personale. A Monopoli ho incontrato un terreno più fertile per proporre le mie composizioni, sono stato molto stimolato a scrivere.

D. Da giovane a un giovane: quale consiglio ti sentiresti di dargli (le)?

R. La cosa che auguro e che consiglio a tutti è di resistere e cercare di fare il possibile, per proseguire il percorso che cerchiamo di costruire, giorno dopo giorno, con estremi sacrifici e altrettante difficoltà.

D. Quale altra storia ci racconterai a breve?

R. Sto lavorando a un disco di jazz, in quartetto con il pianista Simone Deve (fedele amico e collaboratore), il bassista Pierfranco Tribuzio e il batterista Gianni Lanotte. Suoneremo nostre composizioni. Inoltre, è in progetto un nuovo capitolo personale che, per ora, non posso svelare … se no, che gusto c’è?

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